Imprenditorialità e apprendimento, ascoltando e imitando il comportamento di altri

Paolo Gubitta

Imprenditorialità e apprendimento, ascoltando e imitando il comportamento di altri

di Paolo Gubitta (Università di Padova e CUOA Business School)

Ormai lo sappiamo tutti che imprenditori si diventa e non si nasce.

Ma come si fa?

I percorsi formativi sono sicuramente la via maestra, perché i moderni approcci didattici permettono sia di acquisire le conoscenze e le skill manageriali necessarie per gestire qualsiasi organizzazione (dalla strategia al commerciale, dal controllo all’organizzazione, dal marketing alla logistica e così via), sia di sperimentare le competenze comportamentali, senza le quali non si riesce a relazionarsi in modo efficace, a fare team, a motivare le persone e a valorizzare il talento personale e degli altri (dall’arcinoto saper essere al meno noto, ma non meno importante, saper stare in situazione).

Ma anche il learning by listening and imitating the behaviors of others è efficace, sia quando imitiamo i casi di successo, sia quando possiamo ascoltare gli errori fatti dagli altri (per non imitarli, s’intende).

Sapete perché?

La leggenda narra che Steve Jobs a scuola fosse un discolo in piena regola e che abbandonò l’Università per andare in India alla ricerca dell’illuminazione: tornò e fondò la Apple, cadde, fu cacciato, se la riprese e fu trionfo.

Secondo voi, è possibile insegnare a diventare come Steve Jobs? No, è più fruttuoso ascoltarlo, sentirlo raccontare quello che ha fatto bene e quello che ha sbagliato e avere qualcuno che filtra comportamenti e azioni, per tirar fuori dall’esperienza specifica alcuni insegnamenti di carattere generale, che possono essere (questi sì!) insegnati e che poi ciascuno applica al proprio contesto professionale.

Alcuni studi dicono che chi da adolescente è stato rule breaker (cioè, un bastian contrario, un signor voglio fare a modo mio) ha più probabilità di fare l’imprenditore. Le persone con questa caratteristica hanno i tratti tipici dei cosiddetti opportunity entrepreneurs, che iniziano una nuova attività perché sono convinti di poter trarre vantaggio da un’opportunità di mercato che ritengono di aver individuato, a differenza dei necessity entrepreneurs, che scelgono l’attività imprenditoriale come ripiego.

Altri studi, come quelli del Global Entrepreneurship Monitor, servono invece per spalancarci gli occhi sul mondo imprenditoriale come carte assorbenti.

Queste ricerche ci ricordano che le imprese fondate e dirette da giovani presentano una più elevata probabilità di fallimento, ma nello stesso tempo presentano livelli più elevati in termini di innovazione, esplorazione di nuovi business, adozione di nuove strutture organizzative e impiego di nuove tecnologie. L’esuberanza imprenditoriale può giocare brutti scherzi, ma non va eliminata: va solo accompagnata e orientata nelle giuste direzioni perché gli imprenditori precoci molto spesso sanno veramente una pagina più del libro e chi li avvicina, per capirli deve prima sintonizzarsi sulle loro frequenze.

È anche per queste ragioni che una società lungimirante deve sostenere gli imprenditori precoci, celebrando i loro successi, proteggendoli dallo stigma tutto italiano del fallito, e moltiplicando le occasioni per metterli alla prova, fornendo loro strumenti di supporto per finalizzare le energie e fare i conti con l’oste, cioè con il mercato.

Anche in questo caso il learning by listening and not imitating the behaviors of others è molto efficace.