Maurizio Zordan

Zordan Srl sb

Se volete scoprire di più sulla storia di Zordan vi consigliamo la lettura di

 “La Giusta Dimensione” di Andrea Bettini edito da “Franco Angeli”

Gli inizi dell’avventura imprenditoriale

Sono Maurizio Zordan e sono Presidente e amministratore delegato di questo gruppo, che ha un’azienda qui a Valdagno e ha recentemente acquisito un’azienda in America. Il nostro gruppo attualmente lavora per grandi gruppi del lusso, quindi i nostri clienti sono Bulgari, Ferragamo, Van Cleef, recentemente abbiamo acquisito Fendi, lavoriamo per Chopard, per Karl Lagerfeld e il nostro mercato di destinazione è sostanzialmente tutto il mondo occidentale, incluso Medio Oriente e anche qualcosa facciamo in Oceania. I numeri dell’azienda sono a livello consolidato, circa 20 milioni di euro, con 50 persone impiegate qui in Italia e 33 persone impiegate negli Stati Uniti.

La nostra famiglia è una famiglia dove prima della mia ci sono state quattro generazioni di falegnami: nostro padre è stato l’ultimo falegname della famiglia e nel 1965 insieme a nostro nonno ha acquisito una società che si chiamava “Società Anonima Falegnami” che era una cooperativa che realizzava manufatti per il gruppo Marzotto e che era basata qui a Valdagno e che era andata in difficoltà economica. Nostro padre ha acquisito questa azienda, i macchinari soprattutto, che erano la cosa più importante per poter lavorare e ha iniziato la sua attività, prima nella cantina di casa qui vicino e poi ha costruito nel ’65, insieme poi ai fratelli che lo hanno raggiunto, il primo stabilimento.

L’azienda quindi ha per circa 30 anni – 35 anni lavorato per il gruppo Marzotto come principale cliente, quindi un mercato molto locale, però ha avuto la possibilità di lavorare per un cliente industriale, che è ancora la linea guida che questa azienda persegue, pur non essendo più la Marzotto il nostro principale cliente, anzi non lavoriamo assolutamente più con la Marzotto o con i marchi a loro connessi. Poi ci sono stati degli sviluppi immobiliari nel ’75, l’ultimo nel ’85. Ecco, la nostra famiglia era la famiglia più povera del paese, avevano una mucca in casa e quindi fare impresa è stato il modo per riscattarsi dalla povertà.

Le fondamenta della casa di mio padre, mi ricordo, che le hanno scavate con il badile e la carriola e quindi una tipica storia veneta di piccolo impresa. Questo ha consentito a nostro padre di far crescere l’azienda fino al 1996, quando io sono entrato in azienda, dopo aver lavorato 5 anni alla Marzotto e quindi c’è stato l’inizio del secondo sviluppo imprenditoriale, legato alla seconda generazione.

I soldi per iniziare

Dai racconti di nostro padre, io so che quando lui ha acquisito quella cooperativa di falegnameria di Valdagno, la SAF, i soldi se li era fatti prestare da un suo datore di lavoro, che era un impresario e mi rimane abbastanza impresso il tema del debito, che deve essere pesato molto a nostro padre e ai suoi fratelli di allora. Questo debito, che diciamo anche dopo anni si ricordavano che avevano fatto debiti.

Da allora la nostra azienda ha cercato di lavorare senza fare debiti, anche nel momento in cui c’è stato un passaggio di proprietà, abbiamo cercato di compensare asset immobiliari con quote aziendali, in modo tale da non andare in difficoltà di liquidità e l’azienda è stata costituita su un terreno agricolo che era di nostra nonna paterna. Quindi l’azienda ha cercato sempre di lavorare con un limitato accesso all’indebitamento, lavorando con risorse proprie. Che è quello che abbiamo fatto anche noi, nell’acquisizione in America, dove i capitali che abbiamo impiegato là, sono sostanzialmente le riserve che l’azienda ha accantonato negli anni, avendo noi un approccio alla distribuzione degli utili molto contenuto, perché sostanzialmente viviamo del nostro stipendio, come amministratori.

Un evento negativo ed uno positivo

Gli eventi negativi della generazione precedente alla mia sono stati credo solo un’alluvione che abbiamo avuto nel ’73, mentre gli eventi che ho vissuto in prima persona quando sono entrato qui in azienda sono stati una crisi nel 2002, dove abbiamo perso il nostro cliente principale e io in quegli anni ero diventato il responsabile dell’azienda e quindi mi sono trovato, da un lato ad avere responsabilità, dall’altro, diciamo, essere senza un mercato. Ne siano venuti fuori in maniera fortunosa, con l’acquisizione di una commessa che ha consentito all’azienda di superare quel momento e di riorganizzare il mercato.

Altra crisi è stata quella del 2008 tra il 2008 e 2010, dove oltre alla crisi di mercato che ha vissuto tutto il mondo, abbiamo avuto una crisi di governance, perché siamo entrati, diciamo, in contrasto tra famiglie socie e in più è morto anche nostro padre, quell’anno. Credo che sia stato l’anno, la crisi peggiore e da cui siamo venuti fuori rafforzando e semplificando l’assetto societario e stringendo un patto molto forte con i miei fratelli, che continua tuttora. Da quella esperienza noi poi abbiamo costituito nel 2013 un trust, che ci ha consentito di avere più tranquillità nella gestione del business e di avere già identificato alcune traiettorie per il prossimo passaggio generazionale.

L’evento positivo che voglio portare qui, è riferito al 2016, quindi molto recente ed è quando siamo riusciti con la nostra azienda manifatturiera a conseguire la certificazione “B corp” e a trasformarci in “Società Benefit”. Questo movimento di certificazione parte dell’America, è una nuova modalità di vedere l’impresa come non causa di problemi sociali-ambientali, ma come soluzione di questi problemi. È un movimento che sta crescendo e che ci rende molto più motivati nel fare quello che facciamo.

Fare impresa in Italia

Fare impresa in Italia, fin dai tempi di Einaudi, diciamo, quando negli anni ’50-’60 aveva fatto la sua famosa frase in cui diceva che: “Ci sono milioni di individui che cercano di migliorare quello che fanno e anche se qualcuno cerca di ostacolare in tutti i modi, loro continueranno a migliorare le loro imprese”.

Quindi, in un contesto non favorevole alle imprese, l’Italia ha comunque degli elementi, soprattutto immateriali, che consentono di fare impresa in maniera diversa da altri Paesi. Molto recentemente si vedono ritornare nel dibattito gli esempi imprenditoriali del passato, quindi Olivetti, per noi qui a Valdagno e a Schio, Marzotto, Lanerossi, ma anche vengono a essere di esempio per l’imprenditore o per un nuovo modo di fare impresa, che già l’Italia aveva conosciuto nel Rinascimento, imprenditori come Brunello Cucinelli o anche in qualche maniera Leonardo del Vecchio, con relazioni sindacali avanzate.

Quindi, bisogna guardare in questo Paese la capacità di produrre e di fare cose creative, di cui anche la nostra azienda è una di queste, insomma, che con il lavoro artigianale riesce a sviluppare cose che onestamente, con i nostri colleghi americani facciamo ancora fatica a fare, perché qui “l’intelligenza manuale” è una delle caratteristiche difficilmente esportabili di questo Paese e che consentono alle imprese che vedono il lato culturale, il lato del bello, il lato della creatività come una modalità di diversificazione, che altri Paesi difficilmente possono copiare, perché gli manca la base culturale e la storia che noi abbiamo.

Le caratteristiche di un imprenditore

Un imprenditore deve essere resiliente, deve mettere in conto che, diciamo, sarà un lavoro difficile, sarà un lavoro in cui dovrà, in certi momenti, scegliere tra l’impresa e la famiglia, tra l’impresa e il tempo libero, tra l’impresa e le relazioni, in alcuni momenti, insomma, non sempre, in alcuni momenti dovrà farlo. Quindi, la resilienza è una caratteristica importante, la resilienza, però non troppa, perché troppa resilienza nel nostro territorio ha portato anche a conseguenze gravi per gli imprenditori. Ne abbiamo avuto, purtroppo, recenti esempi e quindi la giusta dose di resilienza.

Bisogna essere motivatori, bisogna motivare le persone e quindi lavorare di più sull’aspetto, diciamo del coinvolgimento delle persone per il raggiungimento degli obiettivi aziendali. L’imprenditore solo al comando non è più una cosa di questi tempi, quindi non è spendibile come idea. Deve avere anche degli strumenti per affrontare i rischi in maniera consapevole e quindi evitare situazioni di azzardo. Deve essere innovatore, deve innovare perché se non innova, la sua impresa non riesce a presentarsi sul mercato in maniera convincente e infine, diciamo, non deve essere del tutto normale, un imprenditore, come ultima caratteristica.

Il futuro per le nuove generazioni

Se noi consideriamo l’impresa come una entità che consente di generare valore, il messaggio per i giovani è, se volete, diciamo, guadagnare la libertà, perché alla fine gli imprenditori spesso sono spiriti liberi, sono persone che vogliono avere indipendenza, vogliono avere autonomia sia per loro che per le loro famiglie, che per le famiglie dei propri collaboratori, anche autonomia economica. L’impresa è il modo più convincente per mettersi in gioco, per misurarsi con il mondo e per guadagnare la propria libertà e autonomia. Io direi che questa qui dovrebbe essere la motivazione più importante, che è stata anche la motivazione che ha portato la generazione, prima della nostra, a creare un tessuto imprenditoriale molto ricco e vario. Riguardo questo concetto della libertà, bisogna capire cosa si intende per libertà.

Quando io ho deciso di lasciare la Marzotto e quindi lasciare un lavoro manageriale, per lavorare nell’impresa di famiglia, mi ricordo che ho avuto una discussione con un cugino più vecchio di me, che mi diceva: “Ma, è vero che tu, diciamo, ti liberi della, come si può dire, del comando da parte del tuo datore di lavoro, ma diventi schiavo del cliente.” Io mi ricordo ancora questa frase qui, è stato circa 25 anni fa, questa discussione. Però, cosa è successo, che l’azienda dove lavorava mio cugino, ha portato i libri in tribunale, circa 10 anni fa e noi siamo riusciti con la nostra azienda ad assumerlo e accompagnarlo alla pensione. Questo per me vuol dire libertà. Se io avessi ascoltato mio cugino, 22 anni fa, io non sarei riuscito a guadagnare la libertà, che ritengo di avere adesso e neanche lui sarebbe stato così libero, come adesso, di viversi la sua pensione con tranquillità.